Una infermiera viene minacciata con il coltello e malmenata all’Ospedale Di Cristina di Palermo. Era colpevole di che cosa? Di avere fatto il proprio dovere, a quanto pare, e non avere corrisposto alle sollecitazioni, insistenti dei parenti di un bambino, giunti al pronto soccorso in ambasce. E’ l’ultimo episodio di una serie di aggressioni che hanno obbligato le rappresentanze sindacali degli operatori sanitari a porre la questione – sicurezza nel posto di lavoro – in cima al loro quaderno di lamentele.

Una decina di giorni fa, sempre a Palermo, presso l’istituto comprensivo Antonino Caponneto, un insegnato è stato pestato a sangue da quattro persone, congiunti di un suo alunno. La punizione è arrivata, puntuale, a causa di un rimprovero del prof, del tuto lecito e giustificato, perché l’alunno era più vivace del dovuto ed il suo comportamento lasciava a desiderare. Gli insegnanti devono svolgere un ruolo educativo, non solo mettere i voti sulla materia che insegnano.

 

L’episodio, come nel caso sella infermiera, è l’ennesimo che capita: il numero di casi in cui i genitori, o i familiari, degli alunni se la prendono con il prof e danno ragione al discente piuttosto che al docente non si contano più. Talvolta i prof vengono malmenati, talaltra rimproverati aspramente ed altre volte ancora denunciati, in molti casi, pretestuosamente.

 

Le aggressioni negli ospedali e quelle nelle scuole sono suscitate da ragioni ben diverse, ma alla base degli intollerabili episodi di violenza, ci sono motivazioni che li accomunano. Anzitutto l’arroganza e la cattiva educazione, quando si tratta di insulti naturalmente, la violenza e l’aggressività, quando si tratta di punizioni corporali, la mancanza di rispetto verso coloro che esercitano un compito delicato ed importante, o verso l’autorità che in qualche misura sia gli operatori sanitari quanto i prof rappresentano.

Non viene riconosciuta alcun potere decisionale, e prevale il bisogno, individuale, di trovare una risposta pronta. Se così non è, si reagisce in malo modo, e talvolta finisce pure male per i malcapitati infermieri, medici, professori e presidi.

Sono in tanti, perciò, a porsi il quesito di prammatica, se cioè siamo diventati violenti e poco rispettosi dell’autorità e del lavoro altrui, se la prepotenza stia prevalendo sul rispetto e il lavoro altrui, e quanto questo comportamento prepotente incida sulla vita familiare? Fra le mura domestiche, insomma, nasce e cresce il sentimento di prevaricazione, che suscita comportamenti violenti. E’ assai probabile che difendendo la famiglia – nel torto o nella ragione, recita un proverbio siciliano – la si voglia perfino proteggere dai soprusi, e si finisca con il farne la causa di soprusi rivolti agli altri.

 

Alcune persone illuminate hanno colto nei comportamenti prepotenti o nel semplice non riconoscimento dell’autorità dei professionisti – infermieri, medici, prof – una contraddizione insanabile. Se si affida il proprio figlio ad un insegnante e non si riconosce all’insegnante il potere decisionale, di educarlo, gratificando quel che di buono riesce a fare e rimproverandolo o punendolo (nel modo lecito) quando invece sbaglia o non fa la sua parte, la scuola ne esce delegittimata e l’istruzione che si cerca di impartire, del tuto vanificata. A diseducare gli alunni, insomma, ci pensa la famiglia. In un clima delegittimante dell’autorità degli insegnanti – cui i congiunti delegano l’educazione dei figli – non sorprende per nulla il fatto che i prof si siano persuasi – il 96 per cento di loro secondo un sondaggio – che i genitori dei loro alunni siano interessati a proteggere i loro figli piuttosto che il livello di apprendimento raggiunto. I prof non hanno alcuna possibilità di “educare” la famiglia quando la tutela è così marcata da delegittimare l’autorità degli insegnanti. Può invece incidere l’educazione scolastica, fino ad arrivare tra le mura di caso, quando la compoetenza ed il ruolo di chi insegna, viene riconosciuto.

 

Se si affida il proprio congiunto ad un operatore sanitario, ma non gli si riconosce il potere di decidere il da farsi, o si pretende addirittura, che il paziente riceva più attenzioni di altri, salta il sistema sanitario. E’ il medico o l’infermiere che ha la responsabilità, piene ed ineludibile, di ciò che va fatto, e subito, e non il familiare del paziente, che non ha le competenze per decidere, ma solo una pur comprensibile ansia sulla sorte del proprio caro.

 

Sono riflessioni elementari, che dovrebbero essere scontate, ed invece non lo sono affatto. Questo non vuol dire che i casi di cosiddetta malasanità o di malascuola non debbano essere segnalati, nelle forme e nei modi che la civiltà e le regole ci indicano, tutt’altro. E’ un bene che si pretenda la buona istruzione e la buona assistenza sanitaria, ma questa è una cosa diversa, addirittura opposti, dal legarsela al dito, quando le cose, a nostro aviso, non vanno come desideriamo, e il nostro problema non venga affrontato nel modo che noi crediamo giusto ed a prescindere dal contesto in cui si opera.

L’uso della violenza, ma il semplice dar ragione all’alunno, nel caso dei problemi scolastici, provoca un gran danno al discente ed al paziente, delegittimando il ruolo e precarizzando la funzione. Insomma, un autentico boomerang. La buona educazione, infatti, non è questione di forma, ma di sostanza.

Un’ultima considerazione, anzi – detto senza reticenze – un dubbio ci assale: non è che il populismo anarcoide che sfiducia l’autorità, ovunque venga esercitata, stia contagiando le relazioni sociali?

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