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Una strage senza fine, metodica, tanto più assurda in quanto protrattasi nel tempo senza che nessuno di coloro che lavoravano con lui abbia fatto nulla per fermarlo, nonostante forti sospetti. Solo la denuncia di un collega, che nel 2005 lo colse intento a terminare la vita dell’ennesimo malcapitato e lo denunciò, fece partire l’inchiesta che alla fine lo ha incastrato. Condannato a due ergastoli per aver commesso due omicidi e aver avuto un ruolo in altri quattro, Högel ha fin qui ammesso di aver assassinato 43 pazienti, non ha escluso di averlo fatto con altri 53 e ha negato ogni responsabilità in cinque casi.

Ora però emerge un quadro ancora più fosco. Mentre in un’aula del tribunale di Oldenburg, l’ex infermiere, che oggi ha 42 anni, affronta il suo terzo processo, nel quale deve rispondere dell’omicidio di cento pazienti (36 nell’ospedale cittadino e 64 in quello di Delmenhorst) gli inquirenti rivelano che le vittime di Högel potrebbero essere almeno 300. Un massacro che se confermato, ne farebbe il più prolifico serial killer della Germania in tempo di pace e probabilmente del mondo.

«Se è possibile che per 15 anni più di 300 morti vengano nascosti sotto il tappeto, cos’è ancora possibile in Germania?», si chiede Christian Marbach, nipote di una delle vittime di Högel, diventato paladino della battaglia per far luce sui suoi crimini e soprattutto sui silenzi che li hanno consentiti. «Högel è stato di fatto protetto da una cultura che porta a voltarsi dall’altra parte e tenere bassa la testa», dice Frank Lautermann, il solo ex collega che ha testimoniato apertamente contro di lui.

È un fatto che una dozzina di persone, fra i quali due medici, il responsabile di un reparto e alcuni ex colleghi siano adesso sotto inchiesta, chi per concorso colposo in omicidio, chi per omessa denuncia e chi per falsa testimonianza.
Ma l’ampiezza della carneficina e l’incredibile quantità di tempo necessaria per portarla alla luce sollevano domande imbarazzanti anche per il sistema sanitario tedesco e per l’intero Paese: «È lecito chiedersi — ha scritto Melissa Eddy sul New York Times — se la stessa obbedienza alla gerarchia e l’ossessione delle procedure che a suo tempo facilitarono i crimini dei nazisti, abbiano consentito a Högel di uccidere impunito per così lungo tempo».

La tecnica omicida dell’infermiere ha dell’incredibile. Högel infatti iniettava dosi letali di medicinali che causavano arresto cardiaco e crisi circolatorie, poi interveniva per rianimare la vittima. Molti non ce la facevano, ma per i pochi che si salvavano egli riceveva elogi e riconoscimenti. Il «Rambo della resurrezione», lo chiamavano. Resta che delle 411 morti avvenute nell’ospedale di Delmenhorst nei tre anni in cui ci ha lavorato, 321 si sono verificate o durante o subito dopo i suoi turni. Una coincidenza notata e discussa dagli altri infermieri, nessuno dei quali però aveva segnalato la cosa a medici e amministratori. Forse per paura di essere ripresi e accusati di travalicare le loro competenze. 
Ma già a Oldenburg la morìa nei reparti attesi da Högel era stata rilevata. Al punto che di fatto lo avevano mandato via, senza tuttavia segnalare in alcun modo sospetti e circostanze, anzi scrivendogli una lettera di referenze altamente elogiativa.