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Una strana notizia, riportata da Coinanews.it, fa riflettere su quanto i social e i programmi di messaggistica/chat come WhatsApp siano oramai entrati a far parte della nostra vita professionale. Anche se forse, in questo, si è un po’ esagerato. E a farne le spese è stato un infermiere.

Il fatto. Nel dicembre del 2017 una coordinatrice infermieristica che lavora in un importante policlinico universitario romano comunicava a un membro della sua equipe sanitaria, tramite WhatsApp, la possibilità di cambiare il turno dalla mattina al pomeriggio del giorno seguente.

L’infermiere, sempre tramite il noto programma di messaggistica/chat, faceva però presente che per lui era impossibile effettuare il cambio, a causa di improrogabili impegni familiari. L’indomani si presentava normalmente in servizio col “suo” turno di mattina, apprendendo che, comunque, il turno pomeridiano era stato assegnato a un altro collega.

Fine della questione? Neanche per sogno. Perché a un mese esatto dalla conversazione multimediale, il professionista sanitario ha ricevuto una contestazione disciplinare per quello che è stato valutato come un comportamento negligente. In pratica, non avrebbe ottemperato a un “ordine di servizio”.

Quale ordine di servizio? È quello che si è domandato anche il collega, piuttosto sorpreso dalla strana notifica. Tale “ordine” non è infatti avvenuto con mezzi di comunicazione ufficiali (mail aziendale o ordine di servizio scritto/protocollato), ma solo con un amichevole (più o meno) “messaggino” su WhatsApp.

L’infermiere si è quindi difeso affermando che la modifica del turno nel suddetto modo non rispetta affatto la normativa contrattuale e, soprattutto, che non ha ricevuto alcun ordine di servizio nei modi idonei e ufficiali. La risposta dell’azienda non si è fatta attendere: dopo un altro mese, il sanitario ha ricevuto una raccomandata dall’UPD, apprendendo che il datore di lavoro gli aveva inflitto una sanzione disciplinare.

L’ennesimo insulto alla professione infermieristica, fresca di Ordine. Non c’è altro modo di descrivere questo pittoresco episodio, che per certi versi appare al limite della follia. Possibile che in un importante policlinico romano, che dovrebbe rappresentare un’eccellenza della nostra sanità, avvengano questi “fraintendimenti”? Non sarebbe il caso di stabilire chiaramente quali siano i mezzi di comunicazione validi/ufficiali per il personale? Possibile che un messaggio su Whatsapp abbia questa valenza?

L’associazione sindacale infermieristica Coina asserisce di denunciare da anni “questo trattamento umiliante verso gli infermieri, per cui il professionista sanitario, oltre a svolgere spesso mansioni inferiori in mancanza di oss, subisce continui ordini di servizio al limite della decenza e adesso addirittura per mezzo di WhatsApp”.

Coina afferma anche di aver ricevuto segnalazioni di “alcuni casi in cui hanno richiamato in servizio degli infermieri con un semplice messaggio WhatsApp, senza avere una risposta di conferma e considerando la doppia spunta verde sulla chat come convalida”. Quindi il fatto di aver inavvertitamente aperto il messaggio equivale all’aver ricevuto un ordine di servizio? Sarà mica un modo, questo, per avere personale reperibile a portata di messaggio e soprattutto a titolo gratuito?

I professionisti infermieri, iscritti ad un Albo e con un Ordine non sono perciò liberi di avere, vivere e magari di pianificare la propria vita privata?  “Il lavoratore può e deve scegliere se lasciare a disposizione dell’amministrazione o del caposala il proprio numero di cellulare, e quale utilizzo venga fatto dello stesso per non essere reperibile a vita”, spiega l’associazione. E consiglia anche, per evitare problemi di sorta, di cancellarsi da tutti i gruppi WhatsApp di reparto.

Alessio Biondino