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A essere più esposti sono gli infermieri, categoria professionale in assoluto più a rischio in ambito ospedaliero, che subisce il 60% circa di tutti gli incidenti. Sono questi alcuni dei dati dell’Osservatorio Italiano 2017 sulla Sicurezza di Taglienti e Pungenti per gli operatori sanitari, indagine realizzata da GfK Italia e raccontata per la prima volta oggi al Ministero della Salute, in occasione del 6° Summit organizzato dall’European Biosafety Network con il supporto incondizionato di Becton Dickinson.

I numeri del rischio. Dall'indagine è emerso che due infermieri su tre ammettono di compiere gesti o manovre che li mettono a rischio di incidenti per puntura o taglio (66%), per esempio re-incappucciando gli aghi usati (manovra proibita dal 1990); in più nel 40% dei casi lo smaltimento dei dispositivi contaminati avviene in contenitori impropri, generando anche per il personale non sanitario, come gli addetti alle pulizie, il rischio di pungersi. E ancora: solo 1 ospedale su 2 utilizza dispositivi di sicurezza quando è previsto l'impiego di aghi cavi per terapie endovenose, e meno della metà per il prelievo venoso, le due situazioni di maggior pericolo di infezione.

Inoltre, un incidente su 5 si verifica con un paziente portatore di epatite B, epatite C o Hiv. “Gli operatori sanitari purtroppo antepongono spesso la sicurezza del paziente allo loro”, spiega Gabriella De Carli, infettivologa dello Studio Italiano Rischio Occupazionale da Hiv presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani. I dati più recenti, come sottolinea l'esperta, evidenziano ancora una disomogeneità di utilizzo a livello nazionale. “L'Italia ha una eccellente legislazione sulla sicurezza del lavoro, tuttavia per quanto attiene l'adozione dei dispositivi di sicurezza, che dovrebbero andare a sostituire gli strumenti che l'operatore usa quotidianamente per svolgere il suo lavoro e che lo mettono a rischio di infezioni, molto deve essere ancora fatto”, continua De Carli.

Infermieri in prima linea. Indagini internazionali hanno stimato che proprio questo tipo di incidenti professionali siano la causa del 37%% delle epatiti B, del 39% delle epatiti C e del 4,4% delle infezioni da HIV contratte dagli operatori sanitari. “L’infermiere, seguendo il paziente 24 ore su 24, è colui che ha più degli altri a che fare con taglienti e pungenti come gli aghi per le flebo, per la terapia iniettiva e per i prelievi, bisturi, forbici e quanto altro per il cambio delle medicazioni, e purtroppo è ancora elevato il numero di infortuni a rischio biologico derivante da queste ferite: il 63% degli incidenti coinvolgono aghi cavi, la metà dei quali pieni di sangue, il 19% aghi pieni, il 7% bisturi”, ha specificato Barbara Mangiacavalli, Presidente Federazione Nazionale Collegi Infermieri (IPASVI). Quindi, sempre secondo gli esperti, circa il 75% delle esposizioni si verifica in relazione a procedure per le quali sono in larga misura disponibili dispositivi intrinsecamente sicuri.

La questione dei costi. Ogni anno in Italia vengono spesi almeno 36 milioni di euro per far fronte alle conseguenze delle ferite accidentali da aghi cavi. Cifra che potrebbe essere molto superiore, considerando che la metà degli incidenti non viene denunciata dagli operatori: il più delle volte, infatti, non si notifica perché si sottovaluta il rischio, per paura di perdere il lavoro, perché ci si vergogna dell'errore o per modalità di notifica troppo complesse. “Con l’adozione di opportuni piani di prevenzione, formazione e introduzione dei dispositivi sicuri, si potrebbero evitare fino a 53.000 incidenti a rischio biologico, 550.000 ore lavorative perse e 16.000 giornate di malattia”, conclude De Carli. “Non è sufficiente fornire dispositivi più sicuri per le procedure a rischio e per lo smaltimento. Occorre operare un cambiamento culturale che coinvolga tutti, a partire dai Direttori Generali delle aziende sanitarie fino al singolo operatore, che non deve mai sottostimare i rischi”.