Ospedale San Paolo, turno di notte tra giovedì 4 e venerdì 5 maggio: «Un’infermiera di 36 anni rincorsa, aggredita e malmenata da un paziente dell’area psichiatrica». Dodici giorni di prognosi, denuncia il delegato del sindacato Nursind. Ospedale Niguarda, turno di notte tra l’8 e il 9 maggio: «Una dottoressa del pronto soccorso stava parlando con un paziente, quando un altro paziente ha avuto uno scatto d’ira, l’ha colpita con un pugno. Sono stati gli infermieri, abituati a gestire situazioni di questo tipo, a salvarla», spiega Rosario Pagana, segretario territoriale del Nursind a Milano.

Sono solo gli episodi più recenti. Al Fatebenefratelli, all’inizio dell’anno, un paziente, giudicando eccessiva un’attesa di venti minuti in pronto soccorso, s’è messo a lanciare sedie a rotelle contro la porta automatica, scardinandola. A marzo, un culturista pieno di coca e anabolizzanti ha seminato il panico nei pronto soccorso del Policlinico e del Niguarda. Al Sacco, ospedale a padiglioni confinante con un quartiere difficile, la passata direzione arrivò a dotare gli infermieri di fischietto per chiedere aiuto.

«Ma non è questione di un ospedale o di un altro», chiarisce Pagana. Il Nursind, primo sindacato tutto d’infermieri ad aver raggiunto rappresentatività nazionale, nel 2013 distribuì per la prima volta un questionario ad alcune migliaia di propri iscritti per rilevare le aggressioni. L’ultimo sondaggio, relativo ai primi quattro mesi del 2017, restituisce la cifra monstre di 1.163 operatori sanitari aggrediti, a fronte di 1.999 nell’intero 2016. «Se il trend fosse confermato sarebbe una crescita esponenziale, del 75%». Il 60% delle aggressioni riguarda infermieri, il 77,3% di loro ritiene che il fenomeno sia in aumento. Pronto soccorso e reparti d’emergenza sono quelli in cui più spesso si verifica. I motivi? Tempi di attesa, ritardi nelle visite, pagamento del ticket. E cresce la tendenza a colpire le donne. «Il fenomeno è preoccupante», dice il segretario Pagana.

E ricorda una raccomandazione del Ministero della Salute che risale a dieci anni fa: «Ciascuna struttura sanitaria dovrebbe aver implementato un programma di prevenzione della violenza, incoraggiando il personale a segnalare gli episodi subiti, facilitando il coordinamento con le forze dell’ordine, con l’impegno delle direzioni per la sicurezza nelle proprie strutture». Qualcosa cambia, ogni tanto. «Ad esempio al San Paolo l’anno scorso abbiamo ottenuto la vigilanza 24 ore su 24 nell’area Pronto soccorso-triage. Ma una guardia giurata non basta, visto che sempre più spesso restano scoperti i posti di polizia».

Non è sempre colpa delle aziende, riflette Pagana: «Certo, dovrebbero essere più attive nella raccolta delle segnalazioni, ma spesso sono gli stessi operatori, magari sfiniti dopo un turno estenuante, a non trovare il tempo di farle». Che si può fare allora? «Stanziare più risorse per la vigilanza negli ospedali, e ragionarne a tutti i livelli, delle aziende, della Regione, con tutte le professioni. Le aggressioni agli infermieri non sono più un’eccezione».